Kostis Fokas: tra controllo e abbandono

Ci sono artisti che, più che passare, restano. Kostis Fokas è uno di quelli. Il ritorno di Kostis su TOH! ha il sapore di qualcosa di familiare: non tanto un comeback, quanto il proseguimento naturale di un dialogo iniziato tempo fa. Negli anni, Kostis ci ha affidato due immagini che abbiamo fatto nostre, trasformandole in sticker iconici con il logo TOH!: piccoli frammenti visivi che hanno continuato a circolare, a vivere, a farsi riconoscere.

Nato ad Atene e oggi diviso tra Grecia e Londra, Kostis costruisce una pratica fotografica che ruota attorno al corpo come campo di tensione: tra desiderio e controllo, identità e proiezione, presenza e assenza. Il lavoro di Kostis ha attraversato istituzioni e piattaforme molto diverse — dai musei alle riviste internazionali — senza mai perdere una qualità profondamente intima, quasi diaristica.

Nelle immagini di Kostis, i corpi non sono mai semplicemente rappresentati ma messi in gioco. I modelli diventano complici: si muovono, reagiscono, partecipano. Non c’è rigidità nella messa in scena, ma un’apertura al momento, all’imprevisto, a ciò che accade tra realtà e fantasia. Oggetti quotidiani, elementi low-fi e dettagli inattesi entrano nella composizione senza gerarchie, contribuendo a costruire il linguaggio visivo di Kostis, insieme diretto e stratificato.

Frammenti di corpi, pose innaturali, gesti sospesi: tutto contribuisce a creare immagini che oscillano tra vulnerabilità e distanza, tra erotismo e astrazione. Per Kostis, il corpo diventa superficie da attraversare, ma anche strumento di indagine — un modo per interrogare non solo chi è davanti all’obiettivo, ma anche chi guarda e, inevitabilmente, chi scatta.

Con il suo primo libro e con Boys with Feelings, Kostis porta questo approccio verso una forma più estesa, quasi narrativa. Il ritorno di Kostis su TOH! segna così non solo un nuovo capitolo del suo lavoro, ma anche il riaffiorare di una relazione: uno scambio continuo, fatto di immagini che restano e di sguardi e rispetto che evolvono.

Torni su TOH! dopo anni. Quando ti abbiamo intervistato per la prima volta eri in una fase diversa del tuo percorso. Cosa è cambiato nel tuo sguardo e cosa è rimasto ostinatamente uguale?

Sicuramente molte cose sono cambiate negli ultimi anni della mia vita. Ho riflettuto più attentamente su ciò che voglio esprimere attraverso la mia fotografia. Mi sono preso una pausa per un po’, sentivo di aver bisogno di questa distanza.

È cambiato anche il mio modo di avvicinarmi all’arte: ho sviluppato un’attenzione per il minimalismo e la semplicità, abbracciando l’idea che “less is more”.

Quello che è rimasto lo stesso è il lavoro come forma di autoanalisi, un modo per osservare, riflettere ed evolvere. Allo stesso tempo, il mio lavoro dialoga con il momento presente e cerca di risuonare con l’attualità. Rimango interessato all’esperienza collettiva, all’ispirare gli altri e a far parte di una voce più ampia che invoca il cambiamento.

Boys with Feelings nasce dalla solitudine, eppure celebra il contatto. Come si passa dall’isolamento al desiderio di intreccio?

È proprio questo desiderio. Le mie fotografie fanno parte delle mie stesse mancanze. Sono attratto dalla bellezza del corpo, ma anche dalla spiritualità che contiene e dalla connessione essenziale. Ciò che conta di più per me è l’unione.

Attraverso il mio lavoro cerco di connettermi con il mondo, di raggiungere gli altri, mantenendo però un senso di sicurezza e distanza che permette all’intimità di esistere secondo i propri termini.

I corpi nel libro sono acrobatici, quasi scultorei. Hai coreografato queste pose o hai lasciato che fosse l’intimità a generare la forma?

Amo il balletto, gli acrobati e la scultura. Mi influenzano molto, ognuno per motivi diversi: a volte è la precisione, altre il fluire, altre ancora la capacità del corpo di raccontare una storia.

Questa sensibilità guida il mio modo di lavorare con il corpo, il mio approccio alla forma, al movimento e alla relazione tra le forme. L’intimità modella la forma finale, anche se la mia attenzione alla composizione e al gesto orienta il processo.

I volti sono quasi sempre assenti. Rimangono solo occhi isolati che guardano direttamente nell’obiettivo. È un modo per rimuovere l’identità o per renderla universale?

C’è una sensazione di proiezione ma anche di trattenimento. Forse anche vergogna, gioco o mistero. L’occhio funziona come punto d’ingresso, un modo per mostrare che anch’io sto osservando lo spettatore.

Nascondere o isolare il volto crea uno spazio in cui il corpo comunica in modo più universale, permettendo allo spettatore di entrare nell’immagine e riconoscersi in essa.

In molte immagini è impossibile capire dove finisca un corpo e inizi un altro. Ti interessa sfumare i confini dell’individualità?

Sì, mi interessa come i corpi interagiscono e si fondono, come i confini fisici possano dissolversi senza perdere identità. Questa ambiguità permette alle immagini di esplorare l’esperienza condivisa, la memoria collettiva e la connessione umana in modo più fluido ed espanso rispetto a un singolo ritratto.

Le tue fotografie trasformano il corpo in paesaggio: braccia che diventano gambe, torsioni, mani che affondano nella carne come fosse materia astratta. È un gesto di desessualizzazione o una nuova forma di erotismo?

Voglio che lo spettatore percepisca l’erotismo come sensazione, non necessariamente come rappresentazione sessualizzata.

Il corpo diventa materia di esplorazione, un modo per vivere intimità, tatto e forma. In questo senso è sia astratto che presente: l’erotismo emerge dalla naturalezza e dall’attenzione che gli dedichiamo.

Fotografare il nudo maschile oggi significa inevitabilmente confrontarsi con secoli di sguardo patriarcale. Come hai lavorato per liberartene o sabotarlo?

Quando fotografo cerco di partire dall’osservazione e dalla sensazione, non dal bisogno di aderire a ideali storici o a idee di “mascolinità”.

Non mi interessa il potere o l’esibizione; mi interessano la vulnerabilità e il senso di presenza.

I tuoi modelli non sembrano mai performare virilità. Appaiono vulnerabili, a volte persino cedevoli. Che tipo di mascolinità immagini?

La mascolinità che immagino non riguarda l’esibizione. È tenera e giocosa.

Mi interessa come la forza possa coesistere con l’apertura, come desiderio e fiducia modellino il corpo e come queste qualità creino una presenza che non è né imposta né performata.

Le mie immagini esplorano una mascolinità umana, fluida, sensibile e viva.

Hai detto che questo progetto segna il tuo ingresso nell’età adulta, “forse un po’ tardi”. Cosa significa diventare adulti quando si lavora con desiderio e memoria?

Questo lavoro segna davvero il mio ingresso nell’età adulta, forse un po’ tardi, perché per me l’età adulta è consapevolezza.

È responsabilità verso il mio desiderio e la mia memoria e verso il modo in cui li trasformo in immagini. Lavorare con desiderio e memoria richiede onestà. Crescendo nel lavoro, ho smesso di romanticizzare questi elementi.

Li ho visti come materia: fragile, a volte scomoda, ma autentica. Essere adulto ha significato accettare che ciò che desidero e ricordo non è separato dal mio lavoro: ne è il fondamento.

Invece di nascondermi dietro l’estetica, mi espongo in questa vulnerabilità e la rivendico come mia voce.

Nel libro c’è un equilibrio molto preciso tra gioco e formalismo. Quanto controllo c’è nelle tue immagini e quanta resa?

Per me sono entrambe le cose. Ho bisogno di controllo: preparo con cura, penso alla composizione e all’intenzione prima dello scatto.

Ma quando il processo inizia, subentra qualcos’altro. C’è improvvisazione, gioco. Lascio che i modelli partecipino attivamente, senza dirigere ogni movimento. Diventa uno scambio, un dare e avere di energia. Io guido, ma lascio spazio affinché il modello si abbandoni fisicamente e mentalmente al momento. L’immagine si costruisce insieme.

Il controllo fornisce la struttura, ma è l’abbandono che le dà vita.

In un mondo sempre più digitale e disincarnato, Boys with Feelings insiste sul contatto, sulla pelle, sulla pressione. Il corpo è ancora uno spazio politico?

Sì, il corpo rimane uno spazio politico.

In un mondo sempre più digitale e distaccato, insistere sul contatto e sulla presenza è quasi un atto di resistenza. Soprattutto per il corpo maschile, vulnerabilità e tenerezza mettono in discussione aspettative radicate di mascolinità, controllo e repressione emotiva.

Esporre la sensibilità non è neutrale, ha un peso politico.

Allo stesso tempo, per me è qualcosa di profondamente esistenziale e personale. Il mio lavoro nasce dalle mie esperienze e dal mio bisogno di connessione e riconoscimento. L’intimità è centrale: voglio che le mie immagini risuonino con i ricordi, i desideri e le emozioni dello spettatore.

Le tue immagini parlano di desiderio, fantasia, sottomissione. Quanto di queste dinamiche è autobiografico?

Il mio lavoro è sicuramente autobiografico.

Attraverso le immagini mi espongo, non letteralmente ma emotivamente. Comunico esperienze personali, fantasie e vulnerabilità, anche ciò di cui mi vergogno. La fotografia mi permette di affrontare invece che nascondere.

Non esiste una linea netta tra personale e costruito: tutto è interconnesso e si alimenta reciprocamente.

Per me la sottomissione non significa debolezza ma fiducia. La fiducia è essenziale nelle mie relazioni personali e lo diventa anche nelle immagini.

Le dinamiche di desiderio, abbandono e intimità riflettono il mio bisogno di superare paura e vergogna. Attraverso il lavoro cerco di non nascondermi e di lasciare che queste parti di me esistano apertamente.

C’è una fotografia nel libro che ti ha messo a disagio, non per ciò che mostra ma per ciò che rivela di te?

Ci sono diverse fotografie che, una volta realizzate, ho capito essere molto personali.

A volte questo mi mette a disagio, ma quel disagio è importante. L’essenza del mio lavoro sta proprio nella capacità di comunicare queste immagini nonostante la paura di espormi.

Credo che alcune immagini funzionino come un confine, uno che scelgo di attraversare. Voglio andare oltre ciò che è sicuro.

Quando un’immagine mi mette leggermente a disagio, so di aver raggiunto qualcosa di vero. È lì che sento di aver centrato l’obiettivo: esprimere oltre il comfort e spingere i miei limiti.

Scegliere di nascondere i volti sposta l’attenzione sulla pura fisicità. È un modo per proteggere i soggetti o te stesso?

Nascondere i volti offre una certa protezione, ma per me la cosa più importante è che il corpo non prenda identità dal volto.

Diventa più intimo e allo stesso tempo più universale. L’immagine smette di essere il ritratto di una persona specifica e diventa una situazione, una narrazione, un’esperienza che potrebbe appartenere a chiunque.

In questo modo lo spettatore può riconoscersi più facilmente nell’immagine.

Eliminando l’identità individuale, le fotografie enfatizzano l’esperienza condivisa e il desiderio, creando un dialogo tra immagine e osservatore che non è limitato a una sola prospettiva.